Ho già avuto modo di accennare più volte che «nel mezzo del cammin» della mia vita mi sono trovato ad attraversare un periodo di progressivo inaridimento. Da un’abbandonata partecipazione spirituale alle cose, sono approdato alla volontà di osservarle in termini unicamente razionali; sotto l’impulso di un desiderio di controllo che ha finito per svuotare la vita del suo ineffabile e affascinate senso di mistero. Quel che invece non ho mai detto è quanto io abbia sentito questo percorso come il microcosmo di un più ampio spirito del tempo che, attraverso la scienza e la tecnica, erode il terreno della nostra umanità.

Un fisico e divulgatore come Massimo Temporelli, di cui – a proposito di umanità – ho avuto modo di conoscere personalmente la passione, non ha mancato di ragionare su come la scienza sia un progressivo processo di dissacrazione delle credenze, che libera l’essere umano dalla superstizione e lo conduce verso l’emancipazione da limiti culturalmente costruiti. Un atteggiamento questo che è stato esplicitato, con un tono accessibile e piacevole, anche da Gianni Vattimo in un programma radiofonico dedicato a Nietzsche. Quest’ultimo, racconta Vattimo, è colui che, dissacrando qualsiasi verità – mostrandone cioè la natura puramente storica e culturale –, pone l’uomo davanti al suo destino: quello di accettare la natura illusoria delle certezze e ridefinire da sé il significato della sua esistenza.

Ma tra la scienza attuale e Nietzsche il divario di vedute è netto. Mentre la prima continua, sottotraccia, a pensare sé stessa come un progresso, un’inarrestabile, quanto inevitabile, razionalizzazione del mondo; il secondo ammette che né verità né scopo sono elementi fondanti di una qualche missione. Tutto si risolve in una grande e indispensabile illusione, alla base della quale c’è il caotico pulsare del dionisiaco.

Un giorno, ciò che sta dietro a quell’illusione così terribile e potente mi si è manifestato davanti agli occhi. Avverte però Nietzsche: «se guardi troppo a lungo dentro l’abisso, prima o poi l’abisso guarderà dentro di te». È stato dopo quell’esperienza che ho sentito la necessità di ripristinare una spiritualità perduta. Di far seguire all’attraversamento dell’Inferno, alla profanazione operata dall’analisi della ragione, una risacralizzazione delle mie incertezze. Non per convincermi di una verità definitiva, ma per sapere che al percorso di ogni inferno segue la scoperta di una ritrovata umanità.

Insomma, al seduttore Lucifero – letteralmente portatore di una luce razionale che divide e che separa, ma che condanna anche alla scissione dei legami con la parte più profonda e insondabile di sé – vale la pena contrapporre un atteggiamento di smarrita meraviglia. La saggezza, io credo, è quel continuo dialogo tra sacro e profano, tra chiarezza della ragione e oscurità dell’indicibile, che ci fa sospirare – passata l’angoscia di non aver controllo sul nostro cammino – «e quindi uscimmo a riveder le stelle».

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