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Ci sono almeno tre forme di esperienza che, nel corso della mia vita, mi hanno portato a contatto con il sacro. La prima è la fascinazione per i rituali e le liturgie, di cui ho ricordi lontani ma indelebili e profondissimi. In questa veste, la memoria mi porta a quel momento della prima adolescenza durante il quale ammiravo stupefatto il cerimoniale della messa e conoscevo, quasi senza sbagliare, l’esatta successione delle formule e delle orazioni. Ma se vado ancora più indietro, agli albori della mia infanzia, rivedo come in un sogno un’altra importante testimonianza: la celebrazione che concludeva il rito della vendemmia con la pigiatura dell’uva a piedi nudi e con la festa in cui il più anziano e venerato tra i membri della famiglia allargata donava il vino e i salumi per i bagordi serali in segno di augurio verso la prosperità che ci si aspettava da quella stagione.

La seconda esperienza ha occupato invece tutti quegli istanti, scintillanti e sfuggenti, durante i quali ho avuto la sensazione di essere connesso a qualcosa che mi sovrastava. Annovero tra questi la contemplazione dei paesaggi e la sensazione di unità che, più di una volta, mi hanno provocato; ma anche l’incanto che mi ha colto quando ho scritto sia per la mia intimità che per testi ispirati in risposta a qualche richiesta di lavoro.

La terza esperienza – che ho avuto modo più volte di citare – riguarda infine un passaggio critico della mia vita: un momento in cui ho tentato di indagare il sacro tanto a fondo da uscire da questo guado stravolto e rinnovato. Se da una parte, infatti, quell’esperienza ha divorato ogni possibile certezza, fino a mostrarmi il fondo di vacuità che regna alla radice dell’esistenza, dall’altra mi ha consentito di costruirmi un personaggio nuovo e di rigettarmi sulla scena consapevole, finalmente, della direzione che desideravo perseguire.

In una conferenza sul tema, Umberto Galimberti evoca il sacro non come ciò cui attingere, ambire, invocare; ma come qualcosa da cui difendersi. In questo senso, i luoghi di culto non sono affatto i protettori del sacro, quanto piuttosto le mura che lo contengono e che assicurano da esso le istituzioni e la vita civile. Carlo Sini approfondisce ulteriormente questo concetto richiamando, nella prima e nella seconda parte di un’intensa riflessione su Dioniso, il significato ancestrale di questo dio. Poiché Dioniso è colui che presiede il passaggio dell’essere umano dalla dimensione bestiale a quella spirituale; è colui che, sospendendo la cecità e la violenza dell’istinto, produce l’umano come creatura capace di osservarsi, rappresentarsi, prendere coscienza di sé e, in fin dei conti, convivere più o meno pacificamente alla ricerca di un interesse che va oltre l’individualità e la mera pulsione di sopravvivenza. I riferimenti a Freud sono espliciti.

Nel corso degli anni, ho realizzato che sia la pratica della filosofia che quella della poesia – entrambe accomunate dal ruolo centrale che in esse assume la parola – non sono altro che vie per accedere al sacro, per renderlo in qualche misura nutrimento disponibile alla nostra fragilità.

Ricercare e rispettare il sacro significa, in prima istanza, non svendersi a qualsiasi istinto bussi alle porte della coscienza: cupidigia, avarizia, desiderio di potere o di dominio, e tutte quelle manifestazioni che vediamo dissacrare i rapporti umano e che non di rado noi stessi abitiamo in balia delle nostre paure.

Piuttosto, riprendendo l’affermazione di Sini secondo la quale con Dioniso «la vita fremente diventa vita sapiente», possiamo dire che il sacro è l’atteggiamento – un atteggiamento volontario e per nulla scontato nel comportamento del genere umano – che trasforma l’angoscia e l’incertezza della vita in una straordinaria risorsa di creatività e di saggezza. L’una volta a rileggere i problemi e le sfide quotidiane nella chiave di una continua e gioiosa reinvenzione di sé; l’altra volta a consentirci di osservare noi stessi lungo questo percorso e attingere da una tradizione millenaria i rituali, le liturgie, le forme artistiche e intellettuali – in una parola gli strumenti di mediazione – nei quali è necessario incanalare il sacro per non venire sedotti e distrutti dalla sua impetuosa corrente. In questi termini, il sentimento del sacro è una forza che il nostro paesaggio culturale sottovaluta e che pure resta a disposizione per rigenerare la vita a livello sia individuale che collettivo. Ciò che conta, io credo, è cogliere del sacro la sua spiazzante ambivalenza: tanto devastante da scardinare anche le più consolidate certezze; tanto vivificante da capovolgere il timore dell’ignoto nel passo leggero e coraggioso di una danza che ha bisogno solo dell’essenziale per vivere.

Stefano Francoli

Stefano Francoli

Lavoro sull’identità e sulle parole per comunicarla come percorso di crescita personale.

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