Lo ricordo ancora perfettamente. Marzo era quasi al suo termine, la mia mente ragionava nitida e luminosa. Avevo appena deciso di lasciare l’azienda di famiglia per intraprendere una strada nuova, un cammino di cui intravedevo solo un bagliore stagliato sull’orizzonte. Un’intuizione, un’epifania. Una sensazione che mi sussurrava quanto quella scelta, in fondo, non potesse essere che l’unica vera possibile; e tale si incarnava nelle parole che salivano dentro di me per dichiarare a me stesso: «Io sono».

Credo che tutti, prima o poi, abbiano vissuto un momento come quello che ho descritto. Nel libro Il metodo e la via (Mimesis, 2013), Carlo Sini affronta il significato di questa esperienza profonda chiamando in causa le radici della filosofia; che ritrae non come siamo abituati a credere – un’astratta attività del pensiero – ma come una via iniziatica di realizzazione della vita. La filosofia è, insieme, la pratica, il cammino e il metodo che, attraverso il linguaggio, il logos, rende pensabili e dicibili le nostre vicende e le trasforma in una successione «logica» di eventi.

Nelle pagine iniziali del saggio, Sini si preoccupa di precisare che è il logos a fondare il nostro essere, e non viceversa. Ci basterà riflettere sul significato della parola sopra citata, «esperienza», per comprendere a fondo di cosa stiamo parlando. Da ex-pèrior, l’esperienza non è già più l’atto di tentare, provare, sperimentare: l’immediato e intraducibile gesto in cui la vita, mediante sensazioni ed emozioni, si compie; ma la consapevolezza di quell’atto; il trarre fuori dal fiume degli eventi un senso e un significato «logicamente» coerenti, al di fuori dei quali non c’è nulla di più che una impalpabile casualità.

Il linguaggio si arricchisce, però, di una seconda potentissima caratteristica. Quel che è detto e pensato può essere anche ricordato: può essere, dice Sini, letteralmente riportato dentro il cuore. È in questa sede che, mentre fa assumere all’esperienza una valenza significativa, il linguaggio genera contemporaneamente quel sentimento del tempo in base al quale raccontare diventa il nostro unico vero strumento per «essere al mondo».

C’è, infine, un ultimo passo di questo breve percorso che mi preme mettere in luce. Se ho dichiarato che intendo «coltivare il senso e il valore delle nostre storie», è perché le storie sono lo spazio a tre dimensioni (passato presente e futuro), generato appunto dal linguaggio, in cui appendere una per una le relazioni stabilite col mondo. Poiché, a pensarci bene, non c’è nulla di reale al di fuori di queste istantanee, passeggere relazioni. Ma qui sta il nostro valore: cogliere la voce segreta dell’esperienza, saper scegliere le parole, e organizzare quei labili istanti in esistenza. Allora sì, saremo salvi. Perché qualunque cosa accada, noi potremmo sempre dire con certezza: «Io sono».

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