I modelli della mia tarda adolescenza sono stati poeti e pittori; erano figure che, si potrebbe dire, appartenevano al mio tempo degli eroi. Mi gettavo con curiosità nelle biografie e nelle immagini che ritraevano le vicende di quei personaggi a cavallo tra XIX e XX secolo. Personaggi come Nietzsche, Rimbaud, Verlaine, Emily Dickinson, Hermann Hesse, Henri de Toulouse-Lautrec, Van Gogh – i quali, visti con gli occhi di oggi, incarnavano le contraddizioni e le fragilità delle epoche di passaggio, ma, soprattutto, mi fornivano modelli di linguaggio necessari a esprimere un’inquietudine mai davvero del tutto sopita.

In fondo, non ho mai smesso, seguendo quei pittori e quei poeti, di «sognare a occhi aperti». E già subito questa espressione contiene un’allusione essenziale per proseguire la riflessione in cui ci stiamo addentrando. Sogno, infatti, riconduce etimologicamente a sonno: con il significato che elementi oggi separati – il sogno è quella parte di sonno in cui l’inconscio produce immagini – sono stati intesi alla loro origine come un solo indissolubile corpo. Sogno e sonno, la cui radice greca ypnos suggerisce una sovrapposizione tra concretezza e immaginazione, descrivono una condizione umana ambivalente nella quale la vita psichica e quella materiale rappresentavano un’unica realtà. Nietzsche ricostruisce, in un aforisma, la nascita e l’evoluzione di questo fenomeno.

Fraintendimento del sogno. Nelle epoche di civiltà rozza e primordiale l’uomo credette di conoscere nel sogno un secondo mondo reale; è questa l’origine di ogni metafisica. Senza il sogno non si sarebbe trovato alcun motivo di scindere il mondo. Anche la scomposizione di anima e corpo si connette con la più antica concezione del sogno, e così pure l’ammissione di una forma corporea dell’anima, cioè l’origine di ogni credenza negli spiriti e probabilmente anche della credenza negli dèi. «Il morto continua a vivere; perché appare in sogno al vivo»: così si concluse allora, per molti millenni.

Umano troppo umano, I, 5

Veglia e sogno possono essere, dunque, interpretati non come mondi alternativi, ma come una continuità esistenziale che, seppure la cultura ha spezzato, può ritornare a costituire un elemento di ricchezza e uno strumento di ricerca. Cosicché, sognare a occhi aperti non è più quello sciocco e illusorio atteggiamento imputato a chi vive troppo distante dal reale; o, al limite, quella scusabile evasione, che gli immaturi adolescenti – immaturi, s’intende, rispetto alla produzione economica di valore – si ostinano a frequentare. In questo senso, la nostra società ha destinato uno spazio preciso al sogno: solo i poeti e gli artisti sono, in qualche misura, perdonati e autorizzati a evadere la regola della concretezza per esplorare campi altrimenti stigmatizzati con il marchio dell’incoerenza, della scarsità di performance a fronte di un potenziale che, se lo guardiamo bene, è più inconsistente di qualsiasi sogno a occhi aperti.

Ma vale anche una lettura retrospettiva del sogno. Come in quel gioco dell’infanzia che inizia con la formula «da grande voglio fare…», ancora oggi mi attardo a ripensare quali sarebbero state le professioni che meglio avrebbero soddisfatto le mie aspirazioni. Così, vedo confermata quell’ambizione a entrare nel settore della ricerca che aveva mosso i miei primi anni di università, e a cui ora, per quanto in una forma inaspettata, cerco di attendere con le mie lettere settimanali; o riconosco nella scrittura la possibilità di aver potuto essere un buon giornalista – come del resto mi è capitato di essere stato presentato in una recente occasione presso un cliente.

Queste considerazioni servono a sottolineare che riconnettere la vita reale a quelle sognate ha la funzione di ricercare in queste ultime tratti, attitudini, talenti, che altrimenti resterebbero muti; quando invece, per quanto in nuce e senza alcuna pretesa di oggettività, essi possono rappresentare i semi di una più ampia consapevolezza e realizzazione di sé.

Ho parlato all’inizio di tempo degli eroi. Credo che questo sia il maggior rischio cui indulgere nel sogno può esporre; quello, appunto, di restare ancorati al ricordo, spesso del tutto immaginato, di un’epoca antica e felice; anzi, felice perché antica e irraggiungibile. Personalmente, corro di frequente questo rischio. E tuttavia rivolgo indietro lo sguardo a quella che chiamerei una vera e propria esperienza del possibile: vale a dire, un’esperienza immateriale, astratta, che passa dall’interiorità ma non per questo è meno reale, in cui il possibile-che-non-è-stato prende a esistere. In questo esercizio spirituale, lascio che aspetti misconosciuti o accantonati di me vengano a nuova vita. Tre sono le funzioni di questa pratica: lasciare che il possibile agisca nel presente e lo modifichi; costruire un percorso di futuro al quale il possibile può dare forma; e, infine, ristrutturare un passato che appariva incompleto e insoddisfatto, ma che ora si riempie di nuove storie, non importa quanto reali o immaginarie, purché attive nel definire la persona che oggi voglio essere.

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