Sono sempre stato perplesso, se non contrario, alle celebrazioni delle feste laiche comandate: come quelle che riguardano l’Amore o la Donna o l’Ambiente, o altre verità presupposte tali di diritto. Non perché non condivida l’opportunità di parlarne e mantenere vivo il dibattito sulle questioni stringenti della nostra convivenza sociale; ma piuttosto perché la giornata a tema mi sembra una modalità di riflessione che confonde l’affermazione del proprio convincimento individuale con un atteggiamento critico autentico, disponibile a integrare conoscenze altrui nella propria esperienza. Per far questo bisogna spendere del tempo.

In un interessante ciclo di conferenze, lo storico delle religioni Domenico Rosaci critica l’illusione del moderno individualismo, che produce dolore e solitudine, proponendo una lettura dell’evoluzione della psiche umana attraverso i simboli degli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Un percorso esoterico che riconduce questa disciplina al suo significato originario, tutt’altro che segreto e misterioso. Richiamando i Veda, i culti egizi, il Buddhismo, il Taoismo, la Kabbalah, il Cristianesimo delle origini, le conoscenze medioevali sull’alchimia e, giù giù, fino ad arrivare alla psicologia analitica di Carl Gustav Jung nel Novecento, Rosaci traccia un itinerario nel quale la psiche umana è perennemente in cerca di una via che unisca l’individualità alla totalità della Natura («Natura» intesa nel suo senso più ampio di un Tutto esistente); una via che il nostro mondo ha completamente perduto. Scopo condiviso delle tante tradizioni – che secondo Rosaci appartengono a un’unica saggezza maturata dall’evoluzione biologica di Homo Sapiens in centinaia di migliaia di anni – è la ricerca di un varco che conduca l’essere umano al di là della sua esistenza meramente materiale. Dove, ai giorni nostri, «materiale» non significa solo la triade «sesso-soldi-successo», ma l’intero sottotesto tecno-scientifico che vorrebbe ridurre la verità del mondo alla concretezza indiscutibile – si fa per dire – dei fatti. Da un altro punto di vista, la ricerca indicata da Rosaci è una chiave per forzare la soglia dell’individualità e metterci in contatto con l’Altro; per cavarci fuori da quella condizione di radicale dolore e solitudine cui prima accennavo ed entrare in una di equilibrio, di benessere e di gioia.

Tutto questo per dire che celebrare l’orgoglio di appartenenza a un genere è una questione quantomeno problematica, poiché rischia di tradire la speranza di trasformazione che la tradizione filosofica sopra citata apre a ciascuno di noi. Ciò in cui, anzi, le conferenze di Rosaci mi incoraggiano a perseverare è il tentativo di uscire dalla trappola del genere come vessillo e difesa di una condizione dell’una o dell’altra parte. Trovo più interessante ed efficace fare uno sforzo per ripensare  uomo e donna come esseri umani nella loro totalità. Consapevole che «uomo» e «donna» sono mere nozioni linguistiche, sommarie e insufficienti a definire una più grande complessità, per l’appunto, mai riducibile alle sole parole.

Di questi argomenti mi sono occupato attivamente negli ultimi due anni, dialogando con l’opera artistica del mio sodale Antonio Spanedda. Per quel che è la mia voce nel nostro progetto TRAMEDIMPRESA (formazione arte e comunicazione al servizio di un modello di azienda che si prende cura delle relazioni), ho provato a costruirmi uno schema d’azione che tenesse conto delle due polarità: la volontà, il pragmatismo dell’agire, vale a dire il maschile; e l’intelligenza, la ricettività della riflessione, vale a dire il femminile.

Per certi versi, mi sembra una banalità mettere in luce questa considerazione. Eppure, in un mondo che mira quasi sempre al risultato (sia esso: il profitto, il voto scolastico, la certificazione,…) ho l’impressione che i due piani – maschile e femminile, volontà e intelligenza, azione e riflessione – siano vissuti come estranei e antitetici tra loro. A riprova che la differenza è produttiva laddove non ci si accontenta di etichette di comodo; ma ci si prende il tempo per un’avventura, un infinito cammino che si propone di scoprire negli altri – uomini o donne che siano – ciò che come noi li collega alla vita.

 

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