Se oggi mi prendo il tempo di connettere la consapevolezza che ho raggiunto nei confronti di me stesso alle tracce che via via vanno emergendo dal mio passato (poiché è questo il metodo e la finalità che esercito con i Nutrimenti), è perché trovo in questo processo l’opportunità di ricondurre il significato delle mie esperienze in una narrazione di cui, all’inizio, non potevo immaginare né l’esistenza né la destinazione. Non potevo, non perché qualche tipo di conoscenza mi fosse preclusa; ma piuttosto perché soltanto nel sedimentare degli eventi è possibile individuare uno schema interpretativo in grado di scrivere – nel senso originario di incidere mediante un segno – il percorso della mia vicenda esistenziale.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus: la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi. Questo verso, posto a conclusione del romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa, spiega in maniera eloquente, e per bocca dello stesso autore, che ciò che resta dei vissuti sono soltanto le loro narrazioni. Sono le parole che li evocano a rendere le memorie tanto reali e concrete da imprimersi nelle nostre scelte quotidiane, quanto inconsistenti e impalpabili, destinate a diluirsi nell’immenso fiume dei discorsi in cui si disperdono le storie umane.

Allora, così come è evidente che il passato condiziona gli esiti del presente, allo stesso modo il presente influisce sul passato riconfigurandolo; e in tal modo retroagisce su se stesso. In altri termini, i presupposti con i quali diamo forma al nostro percorso non sono esenti da un continuo e sottile gioco di rimandi in cui passato presente e futuro – ma potremmo anche dire: memoria senso e progetto – si intersecano e si sovrappongono.

Questa pratica di scavo – che definirei archeologia dell’anima, o anche etimologia dell’anima, per l’importanza che hanno le parole nel lavoro di indagine – restituisce al corso degli eventi un carattere, per così dire, fuori dal tempo. Come gli episodi di una serie televisiva, il processo di scavo individua nella trama del racconto fratture e regolarità, interferenze e ricorrenze. Poco importa se queste siano reali o immaginate – vale a dire: oggettive, soggettive o emergenti dalla relazione tra noi e il mondo. Ciò che conta è la loro funzione di suddividere il divenire delle cose in cicli di stabilità e trasformazione. Poiché è sull’equilibrio e la proporzione tra le parti che si fonda, in ultima analisi, qualsiasi condizione di consapevolezza e, con essa, di felicità e di benessere.

Da questo punto di vista, la Canestra di frutta dipinta da Caravaggio – con le sue foglie avvizzite, le bucce bacate e la superficie del tavolo usurata – riproduce, nello spazio immobile, imperturbabile, perfettamente in equilibrio dell’opera d’arte, il contrasto tra il volto transitorio delle cose e l’immortalità del principio vitale. Suonano a questo proposito confacenti le parole che Alejandro Jodorowsky riserva all’Arcano X dei Tarocchi, La ruota di fortuna.

Mille volte ho trovato la stabilità. Ho cercato di conservare i frutti sul mio tavolo, ma li ho visti marcire. […] Ho imparato che tutto quello che comincia finisce, e tutto quello che finisce comincia. Ho imparato che tutto quello che si eleva ridiscende, e tutto quello che ridiscende si eleva. Ho imparato che tutto quello che circola finisce per ristagnare, e tutto quello che ristagna finisce per tornare in circolo. La miseria si trasforma in ricchezza, e la ricchezza in miseria. Da un mutamento all’altro vi invito a unirvi alla ruota della vita accettando i cambiamenti con pienezza, docilità, umiltà, fino al momento in cui nascerà la Coscienza. Allora tutto ciò che è umano, come la crisalide che si trasforma in farfalla, raggiungerà quel grado angelico in cui la realtà smette di girare su se stessa, quando si innalza allo spirito del Creatore.

A. Jodorowsky, La Via dei Tarocchi, Feltrinelli, pp. 196-197

Trasformare, perciò, non è altro che esercitare un’alchimia: «salire allo spirito del Creatore» per emanciparsi dalla trasformazione stessa; quella subita, quella non volontaria. Le parole – che sono, per quanto mi riguarda, lo spirito creatore per eccellenza – costituiscono lo strumento magico per compiere l’opera: esse sono una rete che dove è utile imbriglia, e dove è inutile lascia andare: fino a trattenere qualcosa di labile e sfuggente; qualcosa che, come una mistica rivelazione, non può mai in realtà essere detto.

Stefano Francoli

Stefano Francoli

Facilitatore, formatore, autore di testi e contenuti, lavoro sull'identità e sul senso di persone e aziende.

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