In Amori di latta, un documentario che si interroga sugli adolescenti del 2019, Giordano, 15 anni, si immagina di andare incontro a un mondo fortemente automatizzato, che spingerà l’uomo, ormai liberato dal lavoro, a progredire nelle relazioni.

In maniera più puntuale ed eloquente, il filosofo Carlo Sini spiega che «uomini» e »donne» sono concetti elaborati artificialmente, non esistono in natura. Essi sono il risultato dell’interazione sociale, sono l’esito, che il linguaggio ha condensato in un significato, del modo in cui uomini e donne si sono storicamente riconosciuti e confermati gli uni con le altre. Se oggi le polarizzazioni e i conflitti stanno esplodendo – tra uomini e donne, ma si potrebbero elencare tutte le categorie antitetiche con cui pensiamo la nostra società – è perché in un mondo modificato utilizziamo residui verbali, inquieti e impotenti, che non sanno dare conto dell’esperienza. Si sa, nella penombra, le cose fanno più paura.

Il giovane Giordano, in qualche modo, ci dice che progredire nelle relazioni vuol dire ripensare l’umano. Ma come calare questa riflessione nella vita quotidiana? Io penso si possa assumere come criterio – e responsabilità – che l’umanità si costruisce: è un’azione, una scelta, una continua rielaborazione. Essere umani è la differenza tra lasciarsi dominare dalle passioni e immaginare, facendo leva su quelle stesse passioni, un possibile progetto di sé. 

In questa esuberante ed esplosiva epoca di cambiamenti, essere umani è una possibilità tutta aperta. Come accade in poesia, è scoprire che tra il segno della parola e le suggestioni dei suoi significati, esiste uno spazio, un’eccedenza, una libertà che, in quanto umani, non dovremmo tralasciare.

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