La stanza era accogliente ma semivuota, fatti salvi gli strumenti e le attrezzature mediche che ne destinavano l’uso. Fuori, un grande atrio spoglio, quasi in penombra, anticipava l’eco sorda della sala parto. Lo ricordo distintamente – il grido di mia moglie era come un ferita aperta sulla vita: non l’avevo mai sentita irrompere in quel modo nel dolore, né mai più avrei provato quella sensazione di impotenza e insieme di inafferrabile angoscia. Poco dopo Anna è venuta alla luce.

Secondo il Buddha, la sofferenza è caratteristica primaria dell’esistenza; così come lo è per Freud il trauma. Ma questo presupposto trova spazio anche nel mondo della narrazione. Qualsiasi eroe, agitato da un conflitto che lo spinge ad agire, fonda la propria sfida su un tentativo di risoluzione: quello di dare pace al dolore radicato dentro la parte più profonda di se stesso. Lo sappiamo bene, quegli eroi siamo noi. Raccontare non è altro che rievocare quella pena indistinta, per esorcizzarla, ma anche per apprendere un utile strumento con cui andare in cerca della nostra libertà: potersi dire un giorno che – pur singoli, angosciati e indifesi – diventeremo eroi a nostra volta, autori consapevoli del nostro percorso esistenziale.

In ogni narrazione c’è il racconto di una trasformazione, di un cambiamento. Mai come ora, però, mi è apparso chiaro che cambiare significa, nella sua più radicale essenza, prendere contatto con il proprio dolore per riconoscerlo e integrarlo. Cambiare è insieme l’esercizio e l’esito di questo semplice, ma non facile, gesto. Se lo intendessimo in tal modo, il cambiamento cesserebbe di essere, nella vita come sul lavoro, una strategia di adeguamento all’insaziabile mutare delle cose. Diventerebbe, invece, un processo costruttivo; una progressiva elaborazione di sconfitte e conflitti; un movimento interpersonale, armonico e adattivo, che genera valore.

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