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Trovo ogni volta sorprendente, in particolare quando insegno comunicazione, scoprire la contraddizione che emerge tra i miei comportamenti abituali nelle relazioni e le parole che pronuncio nel corso della lezione, peraltro in maniera del tutto sincera e convinta. L’atto stesso di insegnare mi insegna. Mi racconta la distanza tra ciò che credo di essere divenuto e quello che sto cercando di diventare. Ma è proprio in questo errore, in questa erranza, che possiamo definire la nostra umanità.

In un’intervista chiara e puntuale, il filosofo Hans Georg Gadamer racconta in quale senso la comunicazione assume nella nostra vita un ruolo decisivo; non solo nella costruzione dei nostri rapporti personali, ma nel dare corpo e significato alla vita stessa. Anche se è intesa perlopiù come tecnica, vale a dire come strumento organizzato da regole in vista dell’acquisizione di concetti e della persuasione degli interlocutori (che altro sono oggi la scuola e la formazione?), la comunicazione rappresenta un’esigenza profonda: quella «di spingersi a pensare ciò che non si sa esprimere, per incontrarsi nel punto in cui il linguaggio viene a costituirsi». Una forma calda ed elegante con cui Gadamer sintetizza quel momento in cui decidiamo cosa vuol dire per noi essere umani.

Così facendo, le parole diventano veicolo per la piena scoperta e realizzazione di sé. Ma – tiene a precisare l’intervista – non si tratta affatto di dare spazio a quelle lezioni di autostima che traducono il narcisismo e l’aspirazione al godimento contemporanei; poiché in questo atteggiamento non c’è dialogo alcuno, non c’è incontro neppure con se stessi. Piuttosto l’invito è a cogliere nell’istante, nel palpitante qui e ora, ciò che sgorga dalla sorgente della vita e che solo l’azione delle parole tramuta nel sentimento umano di «esserci».

Le considerazioni di Gadamer mi hanno aiutato a riconoscere in profondità che sapere chi siamo è un meraviglioso processo in cui scoperta e costruzione coesistono; anzi, sono la medesima cosa. In altri termini, Io è l’atto creativo con cui scelgo di ascoltare dando a me stesso le parole necessarie a questo percorso. Personalmente, non potrei sognare di svolgere un’attività più vicina alla mia vocazione che quella della facilitazione e dell’insegnamento.

Proprio per la bellezza e la complessità che caratterizzano l’azione del comunicare, molte sarebbero le suggestioni cui potremmo attivamente abbandonarci. Ma una in particolare mi sembra rappresentare il consiglio più utile per la ricerca di un’esistenza significativa: la comunicazione, dice Gadamer, è «l’arte di lasciarsi rivolgere la parola». Allora, non mi sembra azzardato chiudere con questo aforisma tratto dalle Esortazioni di Epicuro:

Ridiamo e insieme filosofiamo occupandoci così delle nostre faccende personali, esercitando ogni nostra facoltà senza mai cessare di proclamare le parole della giusta filosofia.

Epicuro, Gnomologium Vaticanum Epicureum, 41, in Lettera sulla felicità, Einaudi, 2014
Stefano Francoli

Stefano Francoli

Lavoro sull’identità e sulle parole per comunicarla come percorso di crescita personale.

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