Se dovessi andare a ritroso nel tempo, credo che la vocazione che riconoscerei maggiormente in me stesso sarebbe quella di insegnare. Certo, ci sono voluti oltre due decenni di professione per arrivare ad ascoltare quella voce sottile che mi irretiva, quel ritmo tribale che risuonava dentro l’immaginaria cassa acustica del mio cuore. E dopo diversi preamboli, assaggi sparsi qua e là lungo il mio percorso, alla fine il momento è arrivato.

Vocazione. Lo considero il termine complementare a consapevolezza, la continuazione del Nutrimento che qui avevo iniziato. Vocazione è, per definizione, ciò che ti chiama – e che, perciò. non conosci, non sai da dove proviene. Si potrebbe dire che la vocazione è un’ingiunzione anonima che arriva dalla vita stessa; e che nella consapevolezza finisce per assumere una forma, quasi ne rimanesse imbrigliata, obbligata, costretta in maniera coatta a diventare azione cosciente e produttiva, in grado di realizzare quel motto antico ma sempre attuale: «diventa ciò che sei».

Non vorrei, però, essere frainteso. Quando dico vocazione non sto parlando di una missione da abbracciare e portare a compimento, come se un dio ne avesse tracciato preventivamente il percorso. Voglio invece rovesciare la prospettiva e provare a immaginare che la vocazione (diventa te stesso) – così come la consapevolezza (conosci te stesso) – è un atto generativo: è il modo nel quale io attribuisco senso e significato a quella genealogia di esperienze che affondano le radici nei miei condizionamenti, nella mia educazione, nel farsi stesso delle mie esperienze e, in qualche misura, nel mio patrimonio emotivo e biologico insieme, che, a mia volta, ho ricevuto in eredità da coloro che sono venuti prima di me.

Dunque, un carico al quale non posso sottrarmi. La vocazione è la voce della vita e della natura sulla quale non posso esercitare volontà alcuna; se non, appunto, un esercizio consapevole di costruzione del senso, a fronte di un’evoluzione che procede ma non va in una direzione predeterminata. La vocazione, in altre parole, è la porta di accesso all’alterità: quel terreno dell’esistenza al quale siamo ancorati come piccole piantine in cerca della migliore fonte di luce.

Sotterranea o fulminea che sia, la vocazione è una chiamata che esige prima o poi di fare i conti. Ma, proprio per questo, è la domanda che apre le porte alla costruzione logica e verbale di una risposta; che richiede, cioè, di modellare la sequenza degli eventi singolari in un linguaggio coerente, in una comunicazione – quel luogo, come avevo scritto, nel quale la consapevolezza si realizza.

Vocazione e consapevolezza sono, in ultima analisi, la continua narrazione fatta a sé stessi rispetto al rapporto con la propria origine. Sono una stratificazione e una rielaborazione di ciò che si è depositato dentro di noi e da cui non ci possiamo astrarre.

Tutto è un eterno ritorno, direbbe Nietzsche: non nel senso che le cose, effettivamente, tornano ad accadere; ma nel senso che la loro eco rivive e condiziona ogni nostra successiva scelta, ogni nostra azione. Domandiamoci allora, all’inizio di ogni nuova esperienza: «qual è il senso? che cosa posso costruire con essa?». Perché lì è la vocazione, lì è il rapporto con-sapevole, cioè vivo e connesso al nostro indelebile vissuto. Contemporaneamente, lì è la domanda aperta su una possibilità di interpretare quel vissuto come ancora non l’avevamo immaginato.

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