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Quella notizia è arrivata nel cuore della notte. La mia prima sensazione è stata di disorientamento; subito dopo di incredulità; poi la vicenda ha assunto un tono surreale. Un evento del tutto inaspettato ha squarciato la trama delle certezze, come quando la sofisticata e leggerissima architettura di una ragnatela viene interrotta da un vuoto, da una mancanza, da una perdita di informazioni e struttura che ha tenuto insieme, fino a un attimo prima, la costruzione logica della realtà. Per ritrovare un evento analogo ho dovuto tornare con la memoria a oltre vent’anni di distanza. Anche in quell’occasione, il disorientamento e l’incredulità dei primi istanti sono state risucchiate nell’insensatezza dell’episodio.

Dunque l’operazione – più concettuale che emotiva – che sto conducendo accosta, o anzi meglio: mette in relazione, tre elementi: l’insensato, il vuoto e l’irrazionale. Una concatenazione che, come spero tra poco di mostrare, è essenziale alla rivisitazione degli accadimenti tragici che occorrono – nel senso che succedono, ma anche che sono in qualche misura inevitabili – nell’esistenza. «Insensato», «vuoto» e «irrazionale» sono posti in una sequenza, per così dire, trasformativa in cui il vuoto capovolge l’insensatezza di alcune esperienze in una possibilità non razionale, ma creativa, dalla quale far partire – come si usa dire con frequenza in questo periodo – «una nuova normalità».

Se, per riprendere la metafora della ragnatela, l’insensatezza di un momento tragico è, appunto, la perdita, il venire meno del senso nella propria struttura narrativa ed esistenziale, posso visualizzare questa mancanza come un vuoto: letteralmente, ciò che viene a mancare e produce una evidente porzione di spazio dove prima lo spazio era quasi invisibile; poiché esso era l’impalpabile sfondo rispetto alla ragnatela compiutamente organizzata, vibrante in tutta la sua perfezione.

Pochi giorni fa, ascoltando una conferenza divulgativa sul Modello Standard della fisica delle particelle pubblicato dai Laboratori di Frascati, ho potuto comprendere – quasi che la vedessi per la prima volta in una nuova luce – una caratteristica essenziale della natura, almeno nella forma rappresentata dalla fisica contemporanea: il fatto che non esiste luogo in cui ci sia l’assoluto niente, ciò che filosoficamente ha preso il nome di non-essere. In altre parole, il vuoto è sempre «vuoto di qualcosa»; i processi di formazione e di annichilimento degli elementi fondamentali della materia si susseguono in una oscillazione ininterrotta: mentre l’energia diventa materia, la materia diventa energia. Il vuoto vibra, pullula, pulsa, si trasforma continuamente.

Confesso che per me – ferito da quel che potrei definire un nichilismo e un pessimismo viscerali, senza speranza – questo cambio di prospettiva appare arduo; ma costituisce un interrogativo che non riesco più a evitare. La mia domanda spirituale mi costringe a fare i conti con una visione del mondo che fino a pochi anni fa non avevo considerato, racchiuso com’ero nel tentativo di arginare l’angoscia e la contemporanea tentazione di svanire nel nulla mediante una ricerca di schemi logici ferrei e inalterabili.

L’immagine che, al contrario, in questo momento mi suggerisce più di ogni altra il concetto di vuoto è quella dell’utero materno. Una cavità, un vuoto appunto, biologicamente attivo anche quando nulla sta ancora accadendo al suo interno. Un’evocazione, forse, che mi viene dall’esplorazione dell’archetipo del femminino sacro il quale, per varie ragioni, ho ripetutamente incontrato negli ultimi tempi.

Anche il senso comune racconta che pur nella perdita potrà venire qualcosa di buono, ma non si concede di andare a vedere sotto la superficie il significato di questa affermazione. Qui vorrei, invece, sottolineare che nella visione che sto proponendo non c’è niente che riconduca a un puro atto di fede o di speranza. È l’esperienza stessa – è la fisica delle cose, avrebbe detto Epicuro – a fornire al vuoto un ruolo così determinante: quello di aprire in maniera imprevedibile e, per quanto ne sappiamo, casuale la rigenerazione della vita a se stessa. Il vuoto, l’insensato, può essere concepito come la premessa – potremmo aggiungere: l’inevitabile premessa – che in maniera ben poco razionale consente di trasferire il patrimonio di un’esperienza in altre esperienze. Proprio come il figlio è memoria genica e culturale della madre, ma non è la madre, allo stesso modo la perdita di qualcuno o di qualcosa è il vuoto nativo da cui far sorgere un altro cammino. Un percorso che, sollevato dal peso dell’attaccamento alle proprie origini, non sarà né migliore né peggiore; semplicemente sarà diverso.

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Egon Schiele, La madre morta, 1910
Stefano Francoli

Stefano Francoli

Lavoro sull’identità e sulle parole per comunicarla come percorso di crescita personale.

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