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Dopo il rigoglio dell’estate e i fiammeggianti colori con cui hanno attraversato il mese di ottobre, i boschi nei quali vivo sembrano lasciare voce alle linee essenziali dei tronchi di faggio, esili e slanciate verso l’alto, alle forme delle colline e alle rocce brune, quasi nerastre, che compaiono qua e là come minuscoli dolmen tra il manto di foglie secche. Il paesaggio acquisisce un tono di quiete; sembra quasi che un sentimento sacro lo alimenti silenziosamente in vista dei rigori in arrivo con l’inverno.

Questa sensazione di armonia, e in parte di mistero sconcertante, che ho cercato – spero non invano – di descrivere è ben argomentata nel documentario Il senso della bellezza. Arte e scienza al CERN, in cui viene raccontato quanto e come le ricerche in fisica fondamentale abbiano un ultimo e profondo desiderio: quello di leggere le relazioni che innervano la natura. Se l’ordine stabilito da queste ultime sia negli occhi di chi guarda o nell’insieme vivente di cui noi stessi siamo intessuti, è una questione alla quale probabilmente non si potrà rispondere con una sentenza definitiva. Ciò che conta, però, è che – come spiega la descrizione del documentario – «l’infinitamente piccolo e la vastità dell’universo schiudono le porte di un territorio invisibile, dove gli scienziati sono guidati da qualcosa che li accomuna agli artisti». Qualcosa che ispira – con le dovute distinzioni tra ciò che è scienza fisica e ciò che invece è esperienza umana – un’unità di pensiero nella quale la relazione diventa la chiave con cui interpretare la realtà.

Evocando la struttura fondamentale della materia, possiamo in qualche misura dire che, anche sul piano umano, ogni relazione è una vibrazione. Intendendo, a differenza della fisica, che ogni relazione vissuta produce, in forme e intensità variabili, un’oscillazione che modifica il tono emotivo e che pone la percezione della realtà in una prospettiva diversa da quella che precedeva la relazione stessa. In altre parole, la relazione è un’oscillazione in termini di senso e di significato che ci costringe, nella sua costante e strutturale presenza, a riprogettare di continuo il paesaggio esistenziale in cui siamo immersi. Per quanto insignificante possa essere un incontro, chi non è rimasto, anche in misura minima, cambiato dopo averne varcato le soglie?

Ne consegue che il benessere – nella sua radice di ben-essere, cioè di un essere, di un esistere che, per sintetizzare, diremo autentico, responsabile e, appunto, armonico – è un viaggio di ricerca tra le relazioni che la nostra esperienza vitale ci propone. Relazione con il corpo, attraverso il quale possiamo sperimentare il nostro essere nel mondo; relazione con la sfera dell’interiorità, nella sua accezione emotiva e spirituale; relazione con il creato, come connessione con una più estesa consapevolezza di ciò che la parola vita potrebbe significare.

Un tale tipo di ricerca equivale, allora a contemplare, comprendere e intonarsi al tessuto di relazioni che vibra sul fondo dell’esistenza. Armonia, in tal senso, non è che l’esercizio spirituale con il quale riflettere sugli effetti prodotti da quelle relazioni, per catalogarli secondo criteri di beatitudine o di sofferenza; e compiere, attraverso di essi, scelte in cui anche le dissonanze hanno un posto essenziale nel definire chi vogliamo essere.

Stefano Francoli

Stefano Francoli

Pratiche per coltivare la crescita personale. Formazione, facilitazione, testi e contenuti per dare senso e valore alle esperienze.