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Ciò che mi fa disgusto, in fondo, è d’essere stato sublime. Quando avevo vent’anni, sentivo perfettamente che mi gonfiavo di eroismo, mi lasciavo andare, mi piaceva. Dopodiché, il giorno seguente avevo una tale nausea… Ho bisogno di ripulirmi con pensieri astratti, trasparenti come l’acqua.

Queste parole non sono mie. Con qualche aggiustamento per renderle tali, le ho prelevate dal racconto La Nausea di Jean-Paul Sartre (Einaudi, 2015, pp. 80-81). Raramente ho trovato in un libro una descrizione così puntuale ed efficace dei sentimenti con cui per molto tempo mi sono trovato a convivere. Non avevo infatti mai identificato con una sensazione quasi fisica di nausea quel particolare disorientamento, quell’avvilimento che l’ebbrezza di certe evasioni mentali procura una volta che il sogno è finito e che ci si vede ripiombare a peso morto nella realtà della contingenza e del quotidiano. Potrei dire che mai come in questo libro – forse per la vicinanza dei miei interessi ai temi trattati –, ho visto all’opera il lavoro di un grande scrittore: quello di fornire un dizionario tanto semplice quanto eloquente, tanto dirompente quanto inusuale, che traduca in parole le esperienze altrimenti sotterranee e sfuggenti della coscienza, inattingibili dalla superficie del linguaggio comune.

L’operazione che vedo compiersi sotto i miei occhi mentre mi godo la letteratura di Sartre, è quella di sottrarre il mio vissuto alle espressioni ordinarie con le quali la normalità (obiettivo tanto ambìto in questo frangente di pandemia) crede di poter confinare la vita interiore. Quante volte, in sostanza, mi sono accorto di vivere e di raccontarmi attraverso un archivio di frasi fatte: alcune confezionate per me dalla famiglia, dalla scuola, dal lavoro, dalle relazioni che mi hanno con il tempo costituito; altre elaborate dalla mia stessa volontà di mantenere taciti schemi e condizionamenti con i quali altrimenti mi costerebbe mettermi alla prova.

Come Antoine Roquentin, protagonista de La Nausea, anch’io sento il bisogno di ripulirmi dal sublime e dall’eroismo delle frasi fatte che così spesso mi sono sentito pronunciare. In fondo – un po’ come accade per lo sguardo stupito dello splendido camoscio che accompagna queste riflessioni – è così semplice lasciarsi sedurre dagli schemi verbali e da quelli mentali sottostanti con cui siamo convinti di avere dato piena voce a bisogni e convinzioni.

Da quando meditare sulla vita, per me, è diventato un tentativo di incontrare le luci e le ombre della mia esperienza, ho imparato anche a dare maggior peso e misura alle parole. Ho imparato a rivangarle, a rovesciarle, a denudarle, a estirpare quelle che mi sono apparse inutili e ripetitive. Ho imparato a rivederne il significato che con eccessiva leggerezza avevo loro attribuito. Non è certo un percorso facile, poiché, il più delle volte, mi trovo a dover smontare contenuti e stili che io stesso mi sono cucito addosso con il tempo.

In ultima analisi, ecco cosa intendo proporre come esercizio e nutrimento dell’anima. Le frasi fatte – cioè delimitate dal contesto o dalle nostre più inveterate abitudini – raccontano ciò che siamo come se fossimo vissuti da altri. Riformularle con parole proprie è un atto di libertà, è un modo di trovare se stessi. È una strada che rinnova il contatto con quella parte di noi alla quale non riusciamo ad accedere completamente. È l’incontro con un’energia compressa e inesplorata che potremmo invece lasciar dispiegare in tutto il suo splendore.

Stefano Francoli

Stefano Francoli

Pratiche per coltivare la crescita personale. Formazione, facilitazione, testi e contenuti per dare senso e valore alle esperienze.