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Ho iniziato da poche settimane un nuovo corso e ho invitato i miei studenti, dopo aver ascoltato le loro aspettative e desideri, a considerare i nostri appuntamenti come le tappe di un viaggio. Abbiamo appena preparato mappe e strumenti per orientarci. E stiamo costruendo, in un rituale che apre gli incontri con un brano musicale, la colonna sonora della nostra avventura. Ciò che però mi è premuto più di ogni altra cosa chiedere ai partecipanti è stato di visualizzare il percorso non come un’attività da cui «tirare fuori» qualcosa, ma piuttosto come un’esperienza in cui «entrare dentro», per immergersi e costruire in maniera critica e consapevole il proprio metodo di lavoro.

Ho già avuto modo in passato di spiegare che questo capovolgimento di prospettiva – tirare fuori/entrare dentro – è l’essenza stessa del mio cammino di realizzazione personale. Ho infatti trascorso molti anni immobile davanti a uno specchio, immaginando che quest’ultimo avrebbe fatto apparire le risposte a tutte le mie ambizioni. Inutile dire quanto mi sia sbagliato; e quanto la frattura tra l’interno e l’esterno, tra il reale e l’ideale fosse diventata insostenibile a tal punto da costringermi – come Alice ma in direzione contraria – ad attraversare lo specchio e a precipitarmi nel cuore della realtà. Una caduta brusca e inizialmente per nulla piacevole, lo confesso; ma, come in tutte le cadute, il piacere di rialzarsi ha assunto un tono di riscatto che non avevo mai avvertito prima.

Il filosofo Biagio De Giovanni, commentando ciò che ritiene essere un importante contributo di Marx alla filosofia, racconta come quest’ultimo abbia individuato la grande contraddizione del nostro tempo: il fatto cioè che il mondo in cui viviamo è diventato una «astrazione reale»; e che, per esempio, pur essendo formalmente dichiarati tutti uguali davanti allo stato, sappiamo per esperienza che non è questo ciò che accade. Nè in un senso, se pensiamo alla parità di diritti e opportunità; ma neppure nell’altro, vorrei aggiungere, se pensiamo che un’istituzione come la scuola è attuata, al di là dei buoni propositi, per uniformare risorse ed esperienze irriducibili le une alle altre anziché valorizzarne la diversità e le esplorazioni cui essa potrebbe portare. L’efficienza, il risultato previsto, prima di tutto; non il reale beneficio che esso può portare.

Allo stesso modo risulta essere una «astrazione reale», per quel che ne possiamo sapere, quell’atteggiamento che attribuisce al nostro viaggio nell’esistenza una destinazione, una missione, un punto di arrivo (e di salvezza), uno scopo, una finalità e un progresso che consentirebbe di raggiungerla; insomma, una verità che è chiamata a manifestarsi e che, nel nostro contesto storico, assume la forma di un potenziale da «tirare fuori», magari il più presto possibile, affinché risponda in maniera performante e produttiva a quella verità astratta in cui, nel metaforico specchio di cui sopra, siamo invitati a riconoscerci.

Certo, siamo esposti, ancor prima della nostra nascita, a condizionamenti biologici, famigliari, culturali, educativi, economici; condizionamenti che, in buona parte, costituiscono un’eredità di cui (per fortuna) non possiamo sbarazzarci. Ma mi vengono in soccorso qui arte musica e poesia – in particolare quest’ultima che pratico da un certo numero di anni. Poiché nell’arte, pur di fronte a un’opera data e definitiva, l’interpretazione che ne viene fatta è parte integrante dell’opera stessa e finisce per ricostituire continuamente la sua identità. Non è forse quanto accade con le canzoni che, a prescindere dal motivo per cui sono state scritte, diventano le «nostre canzoni», e lo diventano ogni volta in maniera sempre diversa? Nel film Radiofreccia Luciano Liguabue fa dire a uno dei protagonisti che «le canzoni non ti tradiscono, anche chi le fa può tradirti, ma le canzoni, le tue canzoni, quelle che per te hanno voluto dire qualcosa, le trovi sempre lì, quando tu vuoi trovarle».

Allora, la verità è, per così dire, come una canzone: mutevole, fuggevole, leggera, sempre pronta ad assumere significati ed emozioni nuove, a seconda dell’intervallo in cui consideriamo la nostra esperienza; è un ricordo da lasciare «entrare dentro», piuttosto che un risultato da dover «tirare fuori». Eppure è anche solida e radicata, robusta e concreta, perché è la stratificazione di tutti i passi che abbiamo compiuto lungo il nostro cammino.

La verità è nel viaggio – è un topos letterario antichissimo: «Io sono la verità, la via, la vita». In questo senso, la verità è perfetta: perché pur non chiedendo d’essere altro da ciò che è stata fino a ora, essa ha la possibilità di ripensarsi e di rigenerarsi metro dopo metro, senza restare ingabbiata in un’immagine di sé che – forse per molti, e in questi mesi di pandemia in particolare – è diventata una prigione.

Stefano Francoli

Stefano Francoli

Pratiche per coltivare la crescita personale. Formazione, facilitazione, testi e contenuti per dare senso e valore alle esperienze.