Paolo Virno – Avere

Avere segnala la distanza tra se se stessi e le proprie azioni. Una distanza necessaria a governare la vita, ma anche un limite quando è esercitata all’eccesso. Troppa distanza produce sterilità.

Secondo Paolo Virno, il verbo avere segnala la distanza che l’essere umano mette tra se stesso e le sue azioni, la prima delle quali riguarda il linguaggio. In questo senso, l’espressione di Aristotele che qualifica l’essere umano come zoon logon echon andrebbe tradotta non con «l’uomo è l’animale che parla», ma piuttosto «l’uomo è l’animale che ha la capacità di parlare».

Avere, in altre parole, è l’espressione grammaticale che descrive il passaggio dall’essere in questo o in quel modo ad avere la capacità, la facoltà, l’abilità di governarlo. Se io, infatti, fossi parlante, invece di avere la capacità di parlare, non potrei deliberare cosa dire e quando pronunciare le parole sulle quali ho capacità di controllo. Avere, insomma, indica il passaggio individuato da Aristotele tra la potenza in quanto libera espressione di sé e il potere esercitare o non esercitare quella potenza.

Il fatto che il verbo avere non compaia in tutte le lingue testimonia che esso è la storia di un’acquisizione. Avere, infatti, è la trasposizione, relativamente recente, di una formula in cui il verbo essere regge una preposizione e, in questo modo, trasforma il soggetto dell’azione in un oggetto – un oggetto è, appunto, qualcosa che può essere controllato. «io sono parlante» diventa, allora, «la capacità di parlare è data a me», che, infine, evolve in «io ho la capacità di parlare».

Se questa evoluzione non si fosse verificata, non sarebbe possibile indicare capacità, facoltà, abilità: tutti sinonimi che esprimono non più l’essere ma il potere di fare e potere di non fare. Su questa differenza si è giocato il dibattito che nel Novecento ha interessato la dicotomia avere o essere e che le osservazioni di Virno rimettono in discussione, dal momento che «avere una capacità» è un tratto indispensabile alla gestione della vita e, dunque, alla stessa sopravvivenza. Dalla nozione di avere discendono, del resto, non solo parole come abilità (habilis), ma anche abito, abitudine, abitare; vale a dire, tre comportamenti che delineano il proprio modo di stare al mondo.

Tuttavia, avere è anche la struttura responsabile di un eccesso di controllo sulla propria potenza; un eccesso che, alla fine, ne impedisce l’espressione. Virno esemplifica questa afflizione del mondo contemporaneo con l’ossessione per l’aggiornamento continuo. Il fondamento di gran parte dell’offerta formativa consiste nell’acquisire capacità che, però, non hanno mai la possibilità di essere espresse. E, anzi, quanto più vengono accumulate, tanto più mettono chi le accumula nella condizione di avere troppe conoscenze rispetto ai compiti che deve assolvere. Al punto che il problema nella ricerca di un lavoro può diventare l’eccesso di qualifica.

In questo senso, se, da una parte, avere è la distanza necessaria per attuare un controllo sulla propria esperienza – e qui si dovrebbe aggiungere che esperienza (ex-perientia) è una parola che indica ciò che sta fuori dal flusso vitale e che, perciò, può essere osservato, controllato, conosciuto –, dall’altra, essa costituisce un limite poiché conduce alla sterilità, all’assenza dell’azione.

Per questa ragione, esperienze come la formazione sono percepite di valore se impostate secondo un approccio pratico. Allo stesso tempo, però, dal momento che è la distanza dall’esperienza a fornire conoscenza su di essa e su se stessi, la formazione può continuare a riguardare concetti e significati se questi ultimi sono trattati non come entità statiche e astratte ma come attrezzi con cui sperimentare, esprimere e dare senso al potere di cui si dispone.

Articoli simili