Le relazioni sono uno dei fili conduttori della nostra esistenza. Lo sappiamo, nessuno può vivere senza la loro costante presenza, in uno stato di perfetta imperturbabilità. Per quanto si possa inseguire una condizione di assoluta indipendenza dagli altri e dalle circostanze nelle quali ci troviamo calati, è l’esperienza stessa a indicarci l’impossibilità di essere assolti completamente da ogni vincolo di relazione. D’altra parte, la solitudine e i malesseri esistenziali che ne derivano e che caratterizzano la nostra contemporaneità, talvolta con esplosioni di inquietante violenza, mostrano la tensione prodotta dall’isolamento e, in qualche caso, da una «morte sociale» che sembra rendere invisibile la sofferenza privata.
Il primo appuntamento di questa Stagione Nutrimenti, Visti di profilo (16 aprile alla Osteria del Moro di Borgosesia, VC), è dedicato, allora, proprio alla natura relazionale e contestuale della realtà. Questa, infatti, è l’immagine tratteggiata dai più recenti modelli di interpretazione forniti dalla fisica. A quest’ultima ci ispireremo per approfondire il significato di «relazione», mettendo in evidenza la connessione che intercorre tra i concetti di rete, relativo e relazione.
In altre parole, essere in relazione implica esistere sempre relativamente a qualcuno o qualcosa. Se, da una parte, questa interdipendenza ci unisce in un reciproco sostegno e in una partecipazione che delinea la nostra natura di animali sociali, dall’altra parte, essa frammenta ciò che crediamo essere la nostra identità, solida e perdurante, in un infinito gioco di specchi, già evocato da Pirandello con l’espressione Uno, nessuno e centomila, in una miriade di prospettive che ci fanno conoscere agli altri, ma anche a noi stessi, in maniera inevitabilmente parziale, incompleta, insoddisfacente. Siamo destinati a essere visti soltanto di profilo, rompendo così la visione di un’intero, di una unità di cui ci sembra avvertire l’eco e la provenienza. Come fa notare Giorgio Colli nella Introduzione all’Etica di Spinoza, il sentimento (e desiderio) di unità resta la più grande aspirazione della filosofia, cioè di quell’atteggiamento di ricerca che vorrebbe sollevarsi al di sopra del reale per guardarlo e comprenderlo in ogni sua parte e nella sua completezza.
Questo tentativo, vale a dire l’uscita dal relativo (e dunque dalle relazioni) è destinato però a infrangersi ogni volta che viene attuato. In questo senso, le relazioni sono una soglia di passaggio tra due mondi: quello che ci inchioda al bisogno continuo di essere visti e riconosciuti, che limita la nostra pienezza e autonomia, che, nella risposta attesa dagli altri, ci espone al rischio di essere oggetti di chiacchiere, curiosità ed equivoci; e quello che, al contrario, ci conduce verso una completa realizzazione.
Detto altrimenti, le relazioni sono il segno dell’oscillazione tra la nostra condizione umana – fragile, incompleta, relativa – e l’aspirazione al divino con la quale rappresentiamo non solo una beatitudine che, pur immersa nel mondo dell’esperienza, non si degrada né si esaurisce, ma anche quella vocazione latente, quasi impercettibile, all’unità che sopra abbiamo richiamato. La promessa è di essere riassorbiti, senza però il timore di perdere sé stessi, in un assoluto svincolato dai condizionamenti, dalla sofferenza, dallo scorrere implacabile del tempo. Per questo, il secondo appuntamento della stagione ci condurrà a esplorare l’Istante divino (20 maggio Nel Cortile di Maria a Prato Sesia, NO), cioè quella ricerca e tensione verso l’assoluto, il sacro, la spiritualità, che pur proprie della religione, sono state affrontate con linguaggi artistici e letterari.
Dato conto del relativo e dell’assoluto, dell’umano e del divino, si apre una strada verso la Rinascita, ultimo appuntamento della stagione (18 giugno, nuovamente alla Osteria del Moro). La cura dei discorsi che produciamo e nei quali siamo coinvolti è già una disposizione per preparare il terreno alla conduzione di una vita autentica. Essere autori delle parole che usiamo, essere consapevoli della provenienza e dei condizionamenti del linguaggio, orienta a sua volta i pensieri, le scelte, in ultima analisi, le azioni da compiere. Ma la rinascita consiste nell’abitare entrambi i mondi.
Se, per un verso, non possiamo in alcun modo evadere la nostra umanità, il nostro bisogno di riconoscimento, l’impossibilità di uscire dai racconti parziali che ci restituiscono per frammenti ciò che pensiamo di essere, per l’altro verso, possiamo operare una sospensione di giudizio, esemplificata dalla massima socratica «so di non sapere», che ci permette di riconoscere che cosa di noi è prodotto dai discorsi degli altri e che cosa, invece, ha radici nella nostra esperienza. Discuteremo, allora, se con questo atteggiamento quell’istante divino, che qualche volta sembra possibile toccare, possa trasformarsi nella beatitudine duratura di chi ha conquistato una vita libera. Potremmo dire, nella capacità di affrontare con equilibrio qualsiasi situazione, saldamente ancorati a una conoscenza di sé sperimentata sul campo.
