In una scena di Amici miei1 nella quale le urgenze del corpo diventano gli ingredienti di una burla costruita sull’inverosimile, il personaggio del Necchi definisce che cos’è il genio: «fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione». In altro modo, si potrebbe dire che il genio è la capacità di innestare, quasi fosse un’operazione di collage, la casualità degli eventi su una necessità inaggirabile che inchioderebbe chi la vive alla sua sorte. Ma vale anche l’opposto: ridere – e produrre con lo scherzo il riso – è la risposta a un’inquietudine causata da una realtà in continuo movimento; è il tentativo di addomesticare una forza caotica che sfugge al disegno organizzato del mondo. In senso filosofico, ridere è una terapia per quel misto di angoscia e sbigottimento provocato dalle esperienze radicali dell’esistenza come dolore, perdita, abbandono, smarrimento, mancanza di senso e di scopo.

In altri termini, il riso incarna la soglia che separa il quotidiano dall’inaspettato: ciò che può essere nominato e controllato dalle parole da quello che, al di là di esse, rimane indicibile se non attraverso il suono dell’urlo, del lamento, dell’esclamazione e, appunto, del riso. Questa parentela tra riso e parole è rimarcata in un recente lavoro di ricerca: «Il riso, come sembra, precede e prepara la stessa struttura del linguaggio, essendo ricondotto a una sorta di suono vocalico balbettato […]. Lo studio della risata suggerisce pertanto una feconda strada da percorrere, che connette l’evoluzione dell’andatura eretta, della respirazione e del linguaggio»2.

Se l’inatteso e il quotidiano appaiono separati, si possono intenzionalmente mettere in comunicazione. Nello studio sulla Grammatica della fantasia3, Gianni Rodari mostra come costruire una favola: i primi due ingredienti da mescolare sono proprio un «qui» conosciuto (per esempio la città di Milano) e un elemento incredibile che rompe il tessuto rassicurante del luogo in cui si svolge la scena (un elefante che vola sulla città). Il destino della favola sarà immancabilmente la trasformazione di un protagonista, il terzo ingrediente, che, dopo un viaggio in esilio dal suo mondo abituale, fa ritorno rinnovato e trasformato in una casa o un regno che gli appare profondamente cambiato.

Quando le battute o i gesti che suscitano il riso si manifestano come frutti di un’ispirazione improvvisa e perfetta, l’ordinario e lo straordinario convivono l’uno accanto all’altro; lo squarcio inatteso nel prevedibile cosmo personale diventa il segno di una potenza che precede l’autore suggerendogli il da farsi. Quando, invece, lo scherzo vira al sarcasmo, è lo specchio di un’insoddisfazione o la consapevolezza di una solitudine, la risata si fa amara e gli amici che nel film sono stati compagni di avventure fuori dal tempo si chiudono, si separano, si confinano dentro i limiti dell’ego accompagnati dalla malinconia della colonna sonora che evoca il ritorno inevitabile alla banalità e alla constatazione della sconfitta di fronte alla vita.

Che cos’è, allora, il genio? È l’esercizio di abitare con un piede l’ordinario e con l’altro lo straordinario. In maniera analoga al protagonista di una favola, chi sa ridere e far ridere vive il mondo di ogni giorno con la disponibilità, quasi l’abbandono più o meno consapevole, a una presenza superiore che ha il potere di distruggere e di rendere amara la realtà; ma anche di ricrearla, valorizzando gli strappi di un tessuto esistenziale cucito, il più delle volte, senza la capacità di sopportarli.

La risata praticata come esercizio spirituale, finalizzato cioè a una meditazione sull’imponderabile, sulla trascendenza che attraverso il genio si manifesta nel piano materiale, è una via che da una parte lenisce affanni e sofferenze, mentre dall’altra avvicina empaticamente coloro che ne sono coinvolti. È propria dell’umorismo, infatti, «la facoltà, la capacità e il fatto stesso di percepire, esprimere e rappresentare gli aspetti più curiosi, incongruenti […] della realtà […] con umana partecipazione»4.

  1. Mario Monicelli, Amici miei, Rizzoli Film, Roma, 1975 ↩︎
  2. Luigi Galella, La società che ride, Università Roma Tre, a.a. 2017-2018 ↩︎
  3. Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Einaudi, Torino, 2010 ↩︎
  4. Umorismo, Vocabolario Treccani ↩︎