Come è noto, il significato letterale di crisi è quello di separare e, perciò in senso figurato, di scegliere, decidere. Le necessità pratiche richiedono che, a partire da una percezione immediata e unitaria di sé, l’attenzione venga frammentata in tante singole parti che, private di rapporti reciproci e sciolte da una narrazione complessiva, si trasformano in oggetti elementari semplici da gestire. Questa pratica, che potremmo definire di ingegneria dell’esperienza, interrompe però il flusso che dà quell’interezza al vissuto, e questo con due conseguenze: da una parte, il tempo quotidiano si riduce a una successione di istanti isolati tra loro che sembrano via via sfuggire dalle mani, tanto più se la frammentazione cresce al crescere dei problemi; dall’altra parte, la separazione incoraggia la ripetizione di soluzioni e modelli che alleggeriscono il carico da governare.
La crisi, perciò, è insita nel processo stesso dell’esistenza – termine quest’ultimo che evoca proprio lo «star fuori» dallo scorrere delle cose, troppo esposto all’incertezza. La discesa in una crisi non è che il ripensamento del rapporto, ormai venuto meno, tra l’intero che sentiamo di essere e gli eventi che viviamo; è un’immersione nella separatezza che chiede di ricostituire in una unità i frammenti sparsi sulla superficie della vita.
Per contro, la cura contro la crisi consiste in una risalita alla totalità: uno sguardo dall’alto e un atto creativo che, attraverso l’impiego della metafora, ricompongono in un sentimento coerente l’evoluzione degli eventi. Questo esercizio ristabilisce e, al tempo stesso, preserva l’immediata connessione tra l’intero e le sue parti, tra la contemplazione del percorso che stiamo tracciando e le azioni pratiche che lo realizzano.
