Il pentimento è il racconto di una storia fatta con i «se». Nella sua duplice forma di rimorso o di rimpianto, l’evento vissuto è richiamato alla memoria come un bivio tra possibilità diverse che, in ultima analisi, si riducono a due alternative: il successo o l’insuccesso di una scelta. Nel primo caso l’esito è il risultato di un’azione compiuta ed è espressione di una facoltà pienamente e volutamente esercitata. Nel secondo caso, invece, è il non aver esercitato quell’azione, quella possibilità, quella facoltà a risolvere l’accaduto in un errore che si trasforma nell’oggetto del pentimento.
Secondo un modello classico, gli eventi seguirebbero un corso che ha la struttura di una Y, ed è nel punto di biforcazione che si decidono le cose. In quel punto, è il poter compiere o non compiere un’azione a determinare l’una o l’altra possibilità: da un lato l’azione, dall’altra la sua negazione, entrambe riconducibili alla facoltà di un autore che, a seconda dell’esito, potrà o meno rimproverarsi la scelta, incorporando in quel giudizio non solo l’insoddisfazione personale, ma i preconcetti e i criteri di valore socialmente appresi che orientano il suo comportamento e le valutazioni sul proprio operato.
Dunque, c’è una prima questione da affrontare: quanto è libera la scelta, quanto è autonoma e indipendente dalle norme del contesto, e come discernere, di conseguenza, il successo dall’errore, come stabilire che cosa dovrebbe essere oggetto di approvazione e che cosa oggetto di pentimento.
Ma un secondo interrogativo ci attende. Ci si potrebbe infatti domandare se esiste una storia che si può fare con i «se». In altre parole, i vissuti sono l’unica realtà possibile o davvero gli eventi potrebbero percorrere due strade alternative e condurre a risultati antitetici? Se richiamassimo per un istante un modello concettuale che è stato definito contestualità quantistica – il fatto che un sistema fisico esista solo come manifestazione di una traccia lasciata su di esso da un altro sistema fisico –, dovremmo scontraci con la constatazione che ogni evento è indeterminato fintanto che non intervenga una qualsiasi interazione. Per esempio la rilevazione di un elettrone da parte di uno strumento di misura in un celebre esperimento detto «della doppia fenditura»1.
Spostando il piano del discorso, potremmo dire che nessun evento è determinato fino a che non sia vissuto, cioè finché non abbia lasciato una traccia su di noi. Ma, di contro, vuol dire anche che nessuna realtà ipotetica è permessa a posteriori, nessuna realtà è pensabile con i «se» come se fosse davvero potuta accadere. Gli eventi accaduti sono tutto ciò che esiste e, per questo, ogni azione compiuta è una scelta che, in quell’istante, non poteva non intervenire. Ogni scelta, per così dire, è stata la risposta che in quelle condizioni e con i mezzi disponibili non potevamo non dare. Non una necessità causata da ragioni o forze superiori alle nostre possibilità, ma l’esito di un fare che la nostra natura – vale a dire la storia che ci portiamo alle spalle – non poteva non mettere in atto in quel momento. In breve, le cose procedono, passo dopo passo, rispondendo alle condizioni di un contesto di cui siamo parte integrante e dal quale non ci possiamo chiamare fuori2.
I «se» sono esattamente l’opposto: la pretesa di essere autori indipendenti dall’ambiente, dai vissuti e dalle circostanze; autori che possono in tal modo dirigere gli effetti delle azioni a loro piacimento, soggetti solamente alla scelta individuale, secondo una concezione che comporta una biforcazione e che, dunque, può essere ripercorsa a ritroso per valutare con i «se» che cosa sarebbe successo altrimenti.
Ma c’è una pretesa ancora più insidiosa. Questo modello di scelta, che ha la forma di una Y, implica che nel punto di biforcazione possiamo decidere del nostro potere di potere3. Da un lato ci troviamo a stabilire se avvalerci o meno di una facoltà, che viene data per scontata e che viene interpretata, quando essa viene meno, come l’esito di un errore. Dall’altro lato, il poter disporre del nostro stesso potere si traduce in una pretesa di onnipotenza che, non solo ci vorrebbe soggetti astratti dal contesto, ma capaci, in linea di principio, di esercitare un controllo assoluto su qualsiasi porzione di realtà. Questa malattia metafisica, come mi piace definirla dopo esserne stato a lungo contagiato, dispone chi la subisce all’illusione di essere giudice supremo delle cose, il quale, per la paura di verificare l’inconsistenza di questa pretesa, preferisce rifugiarsi nell’immobilità e nella disperazione. Quando perciò la contraddizione trova evidenza nei fatti, la caduta è rovinosa e chi la vive precipita in un senso di colpa e di inadeguatezza che appaiono insostenibili, ineludibili, insormontabili.
Tutto questo non significa, però, la resa di fronte all’ineluttabile. Ogni esperienza ha le sue ragioni, ma anche le sue conseguenze. Accettare le une non comporta necessariamente accettare le altre. Al contrario, è proprio la comprensione serena ed equilibrata delle condizioni che hanno contribuito al risultato di un’esperienza, vale a dire una comprensione purificata dalla colpa, la chiave per intraprendere un cambiamento.
In questo senso, il pentimento si allontana dall’esigenza di un’espiazione che ripari una colpa per avvicinarsi, invece, all’esercizio di riconoscere i vincoli, i limiti e le peculiarità della nostra storia e della sua evoluzione, ereditati come uno sfondo da quel contesto da cui non ci possiamo separare. Qui «riconoscere» vale tanto come «ammettere» e «accogliere», quanto come «conoscere di nuovo» sé stessi a partire da un differente punto di vista.
D’altra parte, la parola «pentimento», a sua volta derivata da «pena», ha, secondo l’etimologia, una radice comune a termini come «puro» e «purgare»; ma anche «punire», proprio con il significato di «rendere puro»4. Pertanto, il pentimento è un’opera di purificazione, in primo luogo dai sensi di colpa e inadeguatezza, che vengono trasformati nella consapevolezza delle condizioni e dei mezzi con i quali abbiamo agito. Se al pentimento viene accostato, per contrapposizione, il castigo – da castus: puro, integro –, esso non fa che ribadire il concetto alludendo alla perfezione che la totale integrità raggiunta presuppone5.
Il pentimento viene così a rappresentare un processo di pulizia, di emendazione, che si propone di purificare non tanto i condizionamenti cui inconsapevolmente siamo sottoposti, a volte troppo radicati o complessi per essere rimossi completamente, ma gli effetti indesiderati che essi producono quando agiscono sottotraccia. Questa opera di perfezionamento, che si configura come un percorso verso la piena aderenza alla propria natura, a quel modo di essere che ci è proprio, che è coerente e consistente con la nostra storia senza il desiderio di essere altro da sé, ha nella consapevolezza il suo strumento di liberazione. Prendendo coscienza dei limiti con cui ci andiamo scontrando, la nostra natura si manifesta e rende evidente che cosa di ciò che facciamo non ci convince e siamo pronti ad abbandonare.
- Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose, Quanti, Adelphi, Milano, 2025 ↩︎
- Henri Bergson, Saggio sui dati immediati della coscienza, cap.3, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2001 ↩︎
- Rocco Ronchi, Genealogia della potenza, Prospettive italiane, YouTube, 2019 ↩︎
- https://etimo.it/?term=pena&find=Cerca ↩︎
- https://etimo.it/?term=castigare&find=Cerca ↩︎
