Una delle raccomandazioni di Epicuro per assicurarsi una vita felice è, come è noto, quella di non avere paura della morte. «Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive»1.

E tuttavia, se intendiamo la paura del morire come l’insicurezza e l’angoscia che ci procura il non sapere cosa accadrà di noi al di là di quell’evento, ecco che di questa paura facciamo esperienza, per così dire, quotidiana. Ogni qualvolta viene messo in discussione, contraddetto, criticato, ignorato ciò che diciamo o facciamo, la nostra identità personale subisce una piccola morte e un pezzo del nostro Io cui eravamo aggrappati viene in quel punto perduto.

Anche in questo caso, non è l’evento in sé a provocare sofferenza, quanto invece la necessità che si impone di uscire da uno schema consolidato che garantisce a noi di sapere chi siamo, agli altri di poterci riconoscere e ammettere nel loro tessuto di relazioni.

Fin dalla primissima infanzia sperimentiamo il bisogno di riconoscimento come condizione essenziale alla sopravvivenza. Le relazioni che abbiamo imparato a costruire veicolano un’approvazione da parte di altri umani che definiscono in questo modo i limiti e, insieme, la stabilità del nostro campo d’azione. Quando perciò, in questa opera di costituzione dell’Io l’approvazione viene meno, si produce una frattura identitaria che ci espone alla medesima angoscia e insicurezza alle quali ci espone l’afflizione per l’attesa della morte. In altri termini, si muore col corpo. Ma si muore ugualmente quando quell’Io stabile e cristallizzato che ci portiamo appresso viene posto in questione dall’asimmetria, se non dall’estraneità, tra la nostra condotta e i comportamenti, i valori, le scelte che le norme sociali vorrebbero imporre.

Quando Epicuro afferma che «la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza» – ci suggerisce in qualche modo di sottrarci all’identificazione con le norme che modellano l’Io. Anche se le parole del testo non autorizzano questa rivisitazione, la via per la felicità sembra essere quella di liberarsi da un Io socialmente approvato; operando una riduzione dell’esperienza a ciò che di essa è effettivamente osservabile: il puro sentire, appunto, sciolto da restrizioni, giudizi o interpretazioni2.

Detto altrimenti, si rende necessaria una rinuncia, se non addirittura una completa distruzione dell’Io, così da lasciare aperto un nuovo campo di azione libero dai condizionamenti pregressi di cui la paura della morte è espressione. Questa condizione chiama di nuovo in causa il ruolo dell’Altro, ma in una prospettiva del tutto diversa da quella tradizionalmente data. Se fino a questo momento l’Altro è stato il soggetto della definizione della nostra identità, se questa attività ci ha resi oggetti del suo sapere su di noi esercitato attraverso la sua approvazione, ora l’Altro è concepito come un campo di confronto e di condivisione nel quale, per mezzo del dialogo, la nostra identità affiora dal procedere incessante dell’esperienza. Questo rapporto creativo e performativo con l’alterità si consolida nell’amicizia, vale a dire in quella relazione privilegiata che Epicuro assume quale condizione indispensabile per il raggiungimento del benessere e della realizzazione esistenziale. Egli scrive infatti in una delle Massime capitali che «il bene più grande che la conoscenza ci offre per la felicità di tutta la vita è acquistare l’amicizia»3. Essa può nascere dall’utilità, in ultima analisi dal bisogno di riconoscimento che consente di far fronte alle necessità pratiche; ma nondimeno se ne può svincolare con l’esercizio della filosofia che, a questo punto, si configura come pratica trasformativa con cui accedere a una vita autentica.

La dimensione dell’amicizia, perciò, rompe, o quantomeno sospende, la trama di significati che altri, attraverso le relazioni, ci hanno attribuito. Questo attraversamento, così drastico e radicale, è il prezzo da pagare per assicurarsi la beatitudine: non una felicità temporanea, né una fuga dalla vita, bensì la piena e consapevole partecipazione alla concretezza dell’esserci. Questa vera e propria opera di conversione non può che condurre a un riconoscimento di sé che non passa più dall’avallo di qualcuno, dalla sua discrezione, ma dalla comprensione degli effetti che con la mia azione produco sull’ambiente in cui sono calato e che mettono a nudo ciò che non posso fare a meno di essere.

Nella sua Controstoria della filosofia4, Federico Leoni assume questa disciplina, la filosofia, esattamente come lo strumento e la pratica che rendono possibile lo smontaggio e la conversione dell’Io appena descritti. Socrate è la figura emblematica di questa trasformazione. La sua morte, al di là dell’evento storico, è la rappresentazione metaforica di un Io che abbandona sé stesso per abbracciare la vita nella sua interezza. «Sapere di non sapere», il celebre motto socratico, indica in questo senso sia il coraggio di sottrarsi all’approvazione di norme, modelli e relazioni, cioè dal sapere precostituito che grava sulla costruzione della nostra identità, sia la disponibilità a godere dell’esistenza nel suo puro accadere, consapevoli che ogni conoscenza esercitata su di essa, pur funzionale alla sopravvivenza, è sempre una trappola nel momento in cui cessa di essere messa in discussione. Ciò che Socrate mette in scena con la sua morte è, in definitiva, una resurrezione alla vita ben nota ad altre tradizioni, ed è proprio questo atteggiamento completamente rinnovato che permette di sottrarsi alla paura della morte in noi così radicata.

Questa indifferenza alla morte, da cui la conversione ci salva, fa dire a Epicuro che al «vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più»5. Se la vita che conduciamo non ha bisogno di approvazione, allo stesso modo non richiede giudizi di valore: è, e non può essere altro. La saggezza e l’azione etica stanno piuttosto nel «lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza»6.

La visione che emerge da questa pratica è limpida, serena, generosa, capace di ricondurre le insicurezze e le angosce alle motivazioni che le hanno determinate e al tipo di relazioni che intratteniamo con il mondo intorno a noi. È uno sguardo purificato ma partecipe di ciò che accade; è un godimento dell’esperienza che non ha bisogno di aggiungere nulla di diverso a ciò che l’esperienza ha già.

Come nella Conversione di San Paolo, immortalata da Caravaggio, chi si abbandona a questo genere di conversione potrebbe sentirsi «riverso a terra, con le braccia aperte in un gesto di resa totale». Nel dipinto, «le tonalità scure dello sfondo creano un contrasto netto con la luce che evidenzia il corpo di Saulo, mettendone in risalto la vulnerabilità e il suo momento di epifania. […] L’assenza di riferimenti architettonici o paesaggistici sottolinea l’universalità dell’episodio, rendendolo accessibile a ogni spettatore»7.

  1. Epicuro, Lettera sulla felicità,trad. it. Angelo Pellegrino, Millelire Stampa Alternativa, Roma, 1992 ↩︎
  2. Rosenberg M., La Grammatica della comunicazione noviolenta, ↩︎
  3. Epicuro, Massime capitali, XXVII, in Lettera sulla felicità, trad. it. Angelo Pellegrino, Einaudi, Torino, 2014 ↩︎
  4. F. Leoni, Controstoria della filosofia, Orthotes Editrice, YouTube, 2020: capitolo 1, https://www.youtube.com/watch?v=SqHk82pekdU; capittolo 2: https://www.youtube.com/watch?v=EqDlvXcJTqM ↩︎
  5. Epicuro, Lettera sulla felicità, op. cit. ↩︎
  6. Epicuro, Lettera sulla felicità, op. cit. ↩︎
  7. Fonte: Basilica di Santa Maria del Popolo, Roma ↩︎