Come fa notare Anna Donise1, l’empatia è un neologismo di recente invenzione. Fa la sua comparsa in Germania nel 1909 con la parola tedesca Einfühlumg, la quale, pur su un modello di costruzione del significato tratto dal greco antico, resta un termine privo di una storia che ne ha accompagnato l’evoluzione. Per inciso, Einfühlumg è la consonanza o simpatia tra spettatore e opera d’arte2, per estensione tra me e l’Altro.

Le parole di una lingua trascinano dietro di sé un’interminabile memoria, che si stratifica intorno al significato originario e gli conferisce uno spessore storico e culturale. Così, ciò che della parola resta nella sua radice rimanda a suoni, gesti e contesti remoti, ma, allo stesso tempo, è arricchito dalle reinterpretazioni che le generazioni si sono passate dall’una all’altra: da una parte, lasciando che il germe semantico iniziale si propagasse nel corso del tempo sotto forma di un’eco progressivamente sempre più lontana, dall’altra parte consentendo invece che quel significato continuasse a riempirsi di esperienza e di vita.

Quando una parola non possiede o dimentica le sue molteplici stratificazioni, non ricorda più lo spessore che l’ha rinvigorita – non per mezzo di una conoscenza formale, ma attraverso il vincolo della relazione e del racconto –, allora accade che quella parola si inaridisca, perda significato, diventi stereotipo e luogo comune, si trasformi in una mera ripetizione dettata dalla moda (qui intesa letteralmente in senso statistico come massima frequenza di un valore in una distribuzione discreta di valori3).

Per quanto negli studi scientifici «empatia» sia un concetto ricco di interesse, il suo impiego comune sembra essere toccato da questa forma di smemoratezza o insipienza che la rende oggetto di fraintendimenti e abusi. Forse la sua storia è troppo breve per avere sviluppato uno spessore sufficiente a incarnarla nell’esperienza quotidiana. L’esito + la mancanza di un vero e proprio senso, cioè della capacità di orientare il suo significato verso un’azione concreta nel mondo.

Qui si fa strada l’esercizio filosofico della sua esplorazione. Ogni volta che una parola ritrova il filo perduto della sua provenienza, ogni volta che la complessità dei significati che ha accumulato nel tempo viene presa in esame insieme alle conseguenze ‘che ciascuno di essi potrebbe produrre sulla propria vita personale, quella parola si riempie degli usi che ne ha fatto chi è venuto prima di noi. In qualche modo, si potrebbe dire, la parola «ricorda», cioè restituisce cuore alla traccia che ha lasciato. D’altra parte, è proprio con le parole che gli esseri umani continuamente tentano di esprimere il ribollire della loro esistenza. Agire sulle parole è riportarle in vita. Ma è anche riportare in vita sé stessi, dopo essere precipitati nella banalità dei luoghi comuni generati dalla facile dimenticanza che non di rado ci accompagna.

  1. Anna Donise, Empatia, festivalfilosofia, YouTube, 2022 ↩︎
  2. Vocabolario Treccani: Einfühlung ↩︎
  3. Vocabolario Treccani: moda, 3 ↩︎