Rinascita

Si nasce sempre due volte: la prima subita, la seconda cercata, la prima per affermare chi sono, la seconda per diventarlo.

Foto di Michael Morse: https://www.pexels.com/it-it/foto/amore-ritratto-bambino-minuscolo-7864814/.

Si nasce sempre due volte: la prima subita, la seconda con la possibilità di essere cercata. Nel mezzo, l’infinito ciclo di andate di eterni ritorni, un infinito viaggio che si ripete e che a ogni ciclo trasforma ciò che sperimento nella persona che via via sto diventando.

Non c’è viaggio, infatti, che non acquisisca senso se non al suo ritorno. Sono le foto mostrate e raccontate, la narrazione prodotta, i ricordi ordinati in connessioni logiche e temporali a far nascere il viaggio che, diversamente, non esisterebbe se non nella forma spoglia e insignificante di una successione di accadimenti. Si potrebbe in qualche modo dire che nascere è ritornare, è ripercorrere consapevolmente i passi compiuti «riducendoli», come si fa in cucina, a significato.

Vista dalla parte opposta, quella cioè della partoriente, la nascita è, in effetti, correlata al concetto di «rendere uguale», ma anche «portare al di là», e ancora: «procurarsi», «creare», «ottenere», «inventare», «produrre». Come se, appunto, il germe di qualcosa o di qualcuno possa sbocciare completamente e venire alla luce solo se una persona, oppure un evento – in ogni caso, un catalizzatore come possono essere una madre o un mentore –, lo portano al di là della sua mera contingenza. Come se fosse questo atto di conversione, non più un andare ma un ritornare, a rendere infine quella cosa uguale a se stessa, a farla definitivamente esistere.

In questo senso, il tratto di strada che intercorre tra le due estremità – il punto di partenza e quello di ritorno – non è mai un’erranza o un errore, una deviazione sterile o priva di significato. Ogni vita personale è colma di deviazioni inaspettate e indesiderate, che però, bisogna ammettere, sono i precedenti dell’unica vera storia che stiamo vivendo. È per questi antecedenti che, come si dice, sono ciò sono.

«Io» non è nient’altro che questa oscillazione tra i due estremi, tra la prima e la seconda nascita. Detta altrimenti, «Io» è una rinascita. Posso incontrare il mio vero io – e con ciò intendo l’io che creo e di cui mi sento pienamente autore – soltanto in una conversione: vale a dire quando il giro di boa, per esempio intorno a una crisi o a un momento di difficoltà, si sta finalmente compiendo e, spesso a mia insaputa, mi sto dirigendo sulla via del ritorno.

Forse bisognerebbe sostituire all’espressione «io sono» un’altra espressione più calzante e dinamica, «io faccio». Esisto solo in quanto sedimentazione di un viaggio e delle esperienze che in esso si producono. L’«Io», utile nella vita pratica perché consente di gestirla e di dominarla, è piuttosto una sperimentazione aperta e, in un certo modo, inconcludente. È qui che la vita si colloca; ma, d’altra parte, è nella sua narrazione che inizia a esistere. Per questo si nasce due volte: la prima subita, la seconda cercata, la prima per affermare chi sono, la seconda per diventarlo.

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