Utilizzo regolarmente questo video nelle mie lezioni. L’aspetto che ogni volta mi sorprende è il continuo variare e arricchirsi di significato: in ciò che prima sembrava compreso, acquisito, si insinuano piccole crepe che mettono in questione l’immagine che mi ero fatto dell’argomento.

D’altra parte è proprio tale lo spirito che anima questo stile di comunicazione. Se, come mostra Carlo Sini nel suo libro Filosofia teoretica, la cultura occidentale di cui siamo permeati è il tentativo contraddittorio di isolare l’elemento invariante dell’esperienza – cioè di fornire una definizione sempre più precisa, ma necessariamente sempre più specializzata, che finisce per annichilire il tentativo iniziale –, il metodo comunicativo non violento, elaborato da Marshall Rosenberg, rovescia la prospettiva. Invece di assicurarsi un’immagine stabile e invariante dell’Altro, delle cose, del mondo, la pratica invita a revocarla e a metterla in questione. Alla radice, c’è ancora il gesto socratico che ha inaugurato la filosofia teoretica, ma è orientato ad ascoltare passo a passo il corso degli eventi, anziché formulare definizioni, vale a dire immagini definitive sempre più ristrette e specializzate, ma anche sempre più lontane da una realtà che cambia da un momento all’altro.

Forse non a caso uno degli atteggiamenti che Rosenberg utilizza con estrema efficacia è quello dell’ironia. Nel suo significato originario di «finzione e interrogazione», questo termine richiama esattamente l’ironia socratica che «sa di non sapere» e si dispone ad ascoltare l’Altro, non senza fingere una disponibilità che ha come obiettivo quello di scardinare il luogo comune e i concetti acquisiti. Un paio di esempi che Rosenberg offre con un dialogo sull’amore tra la giraffa e lo sciacallo – i due animali che simboleggiano rispettivamente lo stile violento e nonviolento della comunicazione – sembra incarnare, in qualche modo, la dialettica antica che intende mostrare la verità delle cose attraverso le contraddizioni del discorso e che fa dell’ironia socratica uno strumento per attuare questo proposito.

Il linguaggio, che pure si regge sulla definizione delle parole articolata nel dizionario, è, al tempo stesso, la gabbia e la via di uscita per esplorare l’esperienza così come si presenta, nei limiti e nei modi in cui si presenta. »Le parole sono finestre oppure muri» – dice Rosenberg. Possono cristallizzare la realtà, oppure coglierla nella sua infinita variazione. Ogni esperienza, che sembrava chiara e acquisita (come guardare questo video), si differenzia e si ramifica in un’estensione e ricchezza di significati, talvolta anche in contrasto tra di loro, che costituisce infine la nostra identità: mutevole e mai perfettamente compiuta fino all’ultimo istante.

Il modello comunicativo presentato da Rosenberg, che interpreta la realtà (e noi che ci stiamo dentro) come processo e come evento, ci consente di educare non solo i modi in cui parliamo, ma anche quelli che impieghiamo per vivere. Ci mostra come la parola sia in sé già un’azione, perché ci orienta a un comportamento piuttosto che a un altro e ci chiede di riflettere sulle implicazione che i nostri discorsi hanno sulla vita concreta e sul mondo intorno a noi.

Comunicare è un’etica, ciò che mi piace definire una «scienza dell’esperienza», e dunque, a tutti gli effetti, una pratica filosofica, che, utilizzando la finzione del linguaggio – la pretesa cioè di definire con le parole la complessità dell’esperienza che sfugge alle parole stesse –, lo interroga sulle premesse e pregiudizi che quest’ultimo sottintende e sugli effetti che la sua azione ha sulle nostre vite.

Potremmo dire altrimenti che comunicare è un esercizio spirituale, perché riflette su cosa significhi per noi essere umani; ed è una pratica di virtù, dal momento che questa riflessione, quando ha il coraggio di mettersi alla prova dei fatti, assume una postura e uno sguardo verso gli altri, verso le cose, che cambia il nostro modo di stare al mondo.